di interviste, fantascienza e meschinità

La prima volta che ho guardato negli occhi Dora e Raniero, protagonisti dell’ultimo album di Manuele Fior, è stato lo scorso dicembre, a Parigi, in un pomeriggio di pioggia a Gare de l’Est. Erano ancora spalmati sulle tavole, in attesa di essere impaginati, stampati e recapitati nelle librerie francesi e italiane. All’epoca il titolo era uno solo, “L’Intervista” (Coconino Press), pensato per rimanere in italiano anche nella versione francese, e la trama era un groviglio di fantasticherie che si sono animate in libertà nella mia testa, dopo l’intervista, quella vera, con Manuele Fior.

© Manuele Fior

© Manuele Fior

È una storia di fantascienza”, raccontava, “che non ha nulla a che vedere con la mia vita”. “L’Intervista” è ambientato nell’Italia del 2048, in un futuro prossimo dove, in seguito ai moti del 2021, il paese ha subito la “disunificazione” e gli adolescenti delle ultime generazioni non sanno cosa sia una matita o un compasso, adepti della Nuova Convenzione, che “si basa sul principio di non esclusività emotiva e sessuale”. Una promiscuità discreta e comunemente accettata, che continua a turbare le menti più tradizionali ma sembra fatta apposta per salvaguardare dal male di vivere e dall’abisso dell’abbandono, che invece pare assediare Raniero.

Raniero, vittima di un incidente e di strane allucinazioni, e di un matrimonio caduto nelle grinfie della quotidianità più feroce, porta in giro la sua faccia rassegnata, con “l’aria di uno che soffre parecchio… ed è convinto per questo di meritarsi qualcosa”. “Perseguitato dal disgusto”, teme di intravedere in Dora, una delle sue pazienti, seguace della Nuova Convenzione e incapace di essere gelosa, una via d’uscita, fin troppo piacevole, alla sua grigia routine.

Voglio scoprire anche io, come un semplice lettore, come andrà a finire la storia“, aveva dichiarato Fior nella nostra intervista, “lasciarmi portare dai personaggi e seguirli“, raccontandomi di non avere alcun piano, alcuna trama in mente all’inizio di ogni bozza, ma solo il desiderio di creare un’opera di fantascienza, che, inevitabilmente, si è mescolata ai suoi temi ricorrenti: l’amore, la difficoltà di restare sulla stessa linea, senza un secondo, o più, di distanza. “Ho pensato molto ad Antonioni“, ha rivelato Fior ad un giornale francese, indicando come “La Notte”, con una splendida Monica Vitti, eroina romantica di un dramma borghese, l’abbia ispirato non poco.

© Manuele Fior

© Manuele Fior

Abbandonati gli acquarelli di “Cinquemila chilometri al secondo”, Manuele Fior si perde in un chiaroscuro di ombre e tratti morbidi, in una fantasia di grigi e bianchi sfumati, tra un nero indeciso e un avorio timido, come un ritratto vintage di un futuro distopico, come una fotografia degli anni ’60 spedita nello spazio e nel tempo, quasi cento anni dopo.

Tra sinuosità umane e geometrie aliene, sul nero delle pagine de “L’Intervista” si stagliano finestre improvvise spalancate su un centro storico blindato, i fari delle auto nella notte, inattesi triangoli disegnati nel cielo, sintomo che una nuova era è vicina. La luce come forza creatrice di nuove forme inattese, come ne “La Guerra dei Mondi” di Steven Spielberg, pellicola che ha ispirato Fior, insieme a tutto il filone classico della fantascienza, da Asimov a Orwell.

© Manuele Fior

© Manuele Fior

Le tinte chiaroscurali, le sfumature del bianco e nero, raccontano un futuro prossimo ma intriso di mistero, dove l’umanità sembra decisa a semplificare ogni complicazione sentimentale, puntando alla trasparenza coatta, alla chiarezza ultima.

Nelle pagine finali dell’album, tale eccesso di franchezza diventa radicale e tutti i personaggi possono leggere nella mente altrui. Sembra di trovarsi davanti allo stadio evolutivo ultimo dell’essere umano, in cui bipedi previdenti hanno imparato a salvaguardarsi dai soprusi delle emozioni, dai nodi in gola della gelosia, dal male acuto del fallimento, sviluppando un nuovo istinto di sopravvivenza e rinunciando una volta per tutte alle emozioni dell’amore. E alle sue meschinità.

Un rêve de gamin

ore 18. piove. Maison de l’Architecture de Paris. Manuele Fior.

un tè, le tende rosse, le tavole originali del suo ultimo libro, un’intervista che diventa sempre più una chiacchierata, con i fumetti che si accumulano nella cucina, le tazze di porcellana e tanti consigli di lettura

il carboncino, le matite, gli acquerelli, i post-it con gli schizzi appiccicati qua e là sulle pareti, la Gare de l’Est che sbuca da una delle due grandi vetrate dell’appartamento

e alla fine scoprire che il tuo autore preferito ha fatto la scuola elementare a Galatina…

Il resto, presto su Cafebabel_

(c) Manuele Fior

(c) Manuele Fior

ALLORA è QUI CHE CI DICIAMO ADDIO?

Vincitore del premio Fauve d’Or all’ultimo festival d’Angoulême, oscar del fumetto internazionale, Manuele Fior, classe 1975, è la rivelazione della graphic novel italiana, grazie alla bellissima storia di “Cinquemila chilometri al secondo”, pubblicata in Italia da Coconino Press, casa editrice indipendente dedicata al fumetto e creata dall’illustratore Igort, con sede a Roma, Bologna e Parigi, e in Francia per le edizioni svizzere Atrabile.

(c) Fior

“Cinquemila chilometri al secondo” è l’acquarello di una generazione “precaria anche nei sentimenti”. Le vite di Nicola, Piero e Lucia si scontrano per caso in un’Italia di provincia degli anni ’70 e intrecciano insieme sogni e ideali di un’adolescenza vissuta in sella ad uno scooter, che finisce quando uno dei tre sale su un aereo. E quando si scoprono abbagliati dalla libertà di poter andare via, dall’inganno di potersi perdere, e poi ritrovarsi, ad ogni latitudine e ad ogni quando. In realtà, la lontananza s’infiltra tra loro inesorabilmente e i tre si accorgono di aver sacrificato qualcosa alla voglia di essere sempre in partenza e ricominciare, qualcosa che non si lascia definire. Forse l’illusione di ritrovare tutto intatto e di non smarrire mai pezzi di sé.

(c) Fior

Cade la prima goccia di pioggia e si parte. I volti si sostituiscono, si cambia soffitto, ci si abitua a nuovi odori. Ma per quanto un luogo possa appartenerti, tu non apparterrai mai a lui. Si fa strada, giorno dopo giorno, la sensazione di non poter più tornare a casa, ma anche di non sentirsi a casa nemmeno lì dove si è.

Alla fine è Lucia a dire che se c’è qualcosa di peggio dell’irrequietezza della partenza, è l’immobilità del ritorno. Guardare il soffitto, contare i mesi e i giorni, confondere i nomi delle strade, farsi investire da un ricordo improvviso, ripetersi di aver detto sì a tutte le esperienze e di essersi fatto attraversare da ogni incontro e di non aver lasciato niente di intentato. E che è arrivato il momento di tornare a casa. Ma rendersi allo stesso tempo conto che tutto è com’era prima, quando l’hai guardato l’ultima volta dall’oblò di un aereo, e niente è cambiato. Tranne te stesso.

(c) Fior


Fior preferisce una tavolozza di acquerelli al bianco e nero e fa del luogo stesso un personaggio. I gialli e gli ocra dell’Egitto, le sfumature violacee e blu delle distese scandinave, e lo scoppio di contrasti dei cieli italiani macchiati di lenzuola stese ad asciugare seguono l’ondularsi della memoria, l’affievolirsi e l’accendersi delle emozioni. Lì dove scompaiono i fumetti, restano i colori, magistralmente alternati, dai toni esaltati dell’innamoramento a quelli spenti della lontananza e della nostalgia. L’oro della scoperta e il grigio del disincanto. Mescolati dal tocco di un vero Fauve del fumetto.

Ombra costante è la distanza, quella inspiegabile, che piomba tra due vite e resta senza una risposta. La distanza che lascia alla deriva e che, per un beffardo paradosso, per colmarsi chiede ancora più chilometri, ancora più secondi.

(c) Fior

Piero e Lucia si allontanano sempre più e sempre più pioggia cade tra loro finché i due non si ritrovano sotto una cascata di rimpianti e gocce improvvise, ad ammettere che quando l’uno riesce a tirare fuori solo il peggio dell’altro non rimane che partire. Niente più rese dei conti. Nessuno scontro. Anche senza cinquemila chilometri di mezzo, tra i due resta sempre un irrecuperabile secondo di distanza.

E ritrovarsi fa più male che perdersi.

Forse leggerlo su un aereo, con nove mesi di vita a Parigi in una valigia, amplifica certe sensazioni. Ma “Cinquemila chilometri al secondo” resta il più bel fumetto dell’anno e tra le migliori graphic novel all’italiana.

Manuele Fior è nato a Cesena nel 1975. Schivo e spigoloso, come i visi dei suoi personaggi. Architetto per formazione, illustratore per vocazione, ha lavorato a Berlino, a Oslo e a Parigi dove attualmente vive ed è sempre più apprezzato, come molte altre matite italiane che nella Ville Lumière animano piccole e grandi fumetterie, e dove ha iniziato a imbastire le tavole del suo prossimo fumetto. Ha già pubblicato “Rosso oltremare” e “La signorina Else” per le edizioni Coconino Press. Collabora con Il Sole 24ore, The New Yorker, Le Monde, Il Manifesto, Rolling Stones, Les Inrocks. È sua la copertina dell’ultimo numero di Internazionale, dedicato al viaggio. E alle distanze.