Tutto quello che il New Yorker non vi ha detto

Le copertine che avreste decisamente voluto vedere. Raccolte tutte in un libro.

Esce “Blown Covers” (acquistabile su Amazon), raccolta delle copertine del New Yorker che sono state scartate, hanno provocato minacce e polemiche o, semplicemente, nascondono una storia interessante, che vale la pena approfondire, selezionate dall’art director, Françoise Mouly che, non tutti sanno, è anche moglie del fumettista e illustratore Art Spiegelman.

Dal 1993 a capo della direzione artistica del settimanale che in copertina ha voluto solo illustrazioni e disegni, Mouly ha sempre chiesto agli artisti uno sguardo irriverente sui principali temi di attualità, un’interpretazione a colori e matite che sfidasse tabù e posizioni universalmente condivise. Il risultato sono cassetti e scrivanie pieni di intuizioni geniali, illustrazioni che non sempre hanno conquistato la copertina, e che adesso vedono finalmente la luce, ognuna con un aneddoto, tanti retroscena e curiosità.

Tra le opere di questo Salon des Refusés tutto cartaceo, anche notevoli lavori di fumettisti, dallo stesso Spiegelman all’italiano Mattotti, da Adrian Tomine a David Mazzucchelli, da Daniel Clowes a Chris Ware.

Tra la satira e il crudo realismo, “Clinton’s last request”, copertina di Spiegelman sullo scandalo Clinton-Levinsky.

Di Spiegelman, anche questa copertina dedicata a Santa Claus, riciclata poi come biglietto d’auguri.

Tra i rifiutati anche l’italiano Lorenzo Mattotti, residente a Parigi, che ha presentato un’illustrazione sul disastro di Fukushima:

Folgorazioni nate da un cliché, qui l’artista Danny Shanahan, barista e illustratore, rivisita il mito di Marylin:

Copertina controversa, cui seguirono minacce e insulti alla redazione del settimanale, quella di David Mazzuchelli con il suo Beach Bomber.

Vincitrice del Graduation Contest, l’illustrazione del francese Denis Carrier, because “whatever else it is, leaving college is burying one’s youth”:

Tra i partecipanti allo stesso contest, Chee Yang Ong. Qui il disegno si fa gesto essenziale, chiaro, terribilmente vero, carico di allusioni al mondo cristiano, all’elemosina religiosa, alla vita di strada, al cappello, ultimo simbolo del vacuo prestigio accademico.

Ancora un contest, sui libri. Protagonista assoluto l’i-pad. Jin Suk ne fa una luce, per nascondersi dai genitori e leggere un vecchio libro di favole di notte, sotto le lenzuola. La tecnologia spiegata dai bambini.

In piena campagna elettorale, all’indomani delle dichiarazioni di Romney sulle adozioni gay e l’endorsement di Obama sui matrimoni omosessuali, Barry Blitt partecipa all’ultimo contest sull’omosessualità, con un bacio unconventional al centro di Times Square. Françoise Mouly aveva detto ai suoi artisti: “Think of me as your priest”

Altre immagini, sketch e vignette inediti, vecchie illustrazioni del fu Raw Magazine, sempre di proprietà di Mouly e Spiegelman, si trovano qui, al blog ufficiale del progetto Blown Covers.

Somewhere in New York City

Mentre i fumetti si accumulano in ogni angolo della mia stanza di Brooklyn, vado in giro qua e là per Gotham City a caccia di fumetterie. A soli cinque blocks di distanza da casa mia, su Metropolitan Avenue, ne ho scovata una, sotto l’insegna di una vecchia bakery. Si chiama Desert Island e pare sia una tappa obbligata per tutti gli appassionati di comics di New York City.

Ne parlo nel mio primo articolo per Nuok.

Per saperne di più, un click qui.

Comics in Brooklyn

Back from the Brooklyn Comics and Graphics Festival.

Lot of people, lot of comics, lot of nice cartoonists I’ve talked to. Lot of new ideas.

This is what I bought and what I am looking forward to read.

Sarah Glidden is a cartoonist and a graphic novelist from New York City. Her first full-lenght book is “How to understand Israel in 60 days or less” (Vertigo), a brilliant piece of comics journalism. Inspired by Marjane Satrapi’s Persepolis, Joe Sacco‘s works about Palestine and Spiegelman’s Maus, Sarah Glidden puts together an artist’s brush and a reporter’s pen, in a smart autobiographical reportage of a 26-years-old journalist just landed to Israel.

Kate Beaton is a cartoonist from Montréal. Her book “Hark! A Vagrant” looks at history from a very modern perspective and gathers a lot of jokes and sketches about characters from literature and modern history. It is intended to be an “amazing educational tool”, as she puts together comics and reality. After her History degree, she put off writing essays and started drawing comics because, as she said, “there are always better things to be doing than writing an essay that’s due by the end of the week”.

Adrian Tomine is the only cartoonist I’ve never heard anything about. So it will be a real discovery for me. So far, I know he’s been talked about as one of the most masterful cartoonist of his generation and he has been praised by The Believer, my American literary bible. He’s from Sacramento, in California and he began drawing at the age of sixteen. Described as the Raymond Carver of comics, his most known work is the comics series Optic Nerve, a collection of short graphic stories grown from self published and photocopied sheets to collected hardback edition.

Reviews coming soon.

“Le cinéma et moi, c’est une histoire douloureuse”

Sognatore, audace, a volte maldestro, sfortunato. Come le sue fantasticherie su pellicola, che hanno raggiunto la notorietà troppo tardi, grazie alle intuizioni di Jacques Prévert. Dietro la telecamera e tra le pagine de “Le diable amoureux et autres films jamais tournés par Méliès” (ed. Dargaud) c’è Georges Méliès, nel ruolo di se stesso, poetico regista francese dei primi del Novecento, direttore di sogni, burattinaio di fantasie. Come quella più celebre del suo “Voyage dans la lune”, cortometraggio del 1902, ispirato al romanzo di Jules Verne, dove lo stesso Méliès orchestra la scanzonata spedizione sul satellite, nelle vesti del prof. Barbenfouillis.

Inventore del cinema moderno, Georges Méliès, nato nel 1861, fu il primo a portare la luna ad un passo dai sogni dell’uomo moderno che s’affacciava intimidito nel nuovo secolo. Pioniere degli effetti speciali e innamorato delle magie da scena che aveva imparato al teatro parigino Robert – Houdin, di cui era anche direttore, nel volume fa la guerra ai fratelli Lumière e ai loro noiosi soggetti, fin troppo veri e reali per meritarsi un’inquadratura. “Des gens sortant d’une usine… quel ennui, monsieur Prévert!”, sbotta Méliès seduto ad un caffè insieme al poeta.

(c) Duchazeau - Vehlmann

E Méliès, pur di non piegarsi alla dittatura del nascente realismo, allestì il primo studio della storia del cinema nel suo giardino di Montreuil, restando ai margini dell’industria cinematografica dei primi del Novecento, rinunciando all’apice della notorietà e ritirandosi a vendere giocattoli e ninnoli in un chiosco nella stazione di Montparnasse. Dove lo trova Jacques Prévert che, affascinato dalle caleidoscopiche sceneggiature del regista, lo invita a raccontare la sua “histoire douloureuse”, tra lui e il cinema.

Il regista incalza e cerca di sollevare il morale della sua truppa, la coinvolge nelle più assurde e rocambolesche cacce al surreale. Mentre Gaumont, proprietario di una delle più grandi e storiche catene di cinema francesi, mette fretta e stringe i tempi. Ma se i fratelli Lumière mostrano il reale, Méliès l’illusionista insegue il fantastico e la meraviglia. Che continuamente gli sfugge di mano.

(c) Duchazeau - Vehlmann

Georges Méliès si accontenta di un ruolo da non protagonista. Scivola tra le creature fantastiche dei suoi sogni fatti di pellicola e invenzione. Nella Parigi sognante dei primi anni del Novecento, si aggira come personaggio delle sue stesse rêveries, dove spuntano, da aggraziati cammei, anche Joséphine Baker e il suo gonnellino di banane, scampati alla furia del misterioso assassino che getta eleganti donzelle dalla Tour Eiffel, i famigerati fratelli Lumière, con telecamere portatili al seguito, insensati cultori di un’inutile realtà, il mago Houdini che si getta nella Senna, lasciando a bocca aperta il popolo di cuori annegati che hanno incontrato la morte nel fiume di Parigi.

Protagonista delle storie, sullo sfondo, anche la sua Paris, con il Moulin de la Galette, ancora ben visibile senza la cortina dei tetti di Montmartre, laTour Eiffel che assiste pietosa agli egoismi di diavoli innamorati e a efferati omicidi, il cimitero di Père-Lachaise dove si nasconde l’étoile polaire, il Cirque d’Hiver, la stazione di Montparnasse.

 

(c) Duchazeau - Vehlmann

La sceneggiatura è a cura di Fabien Vehlmann, già noto per la serie “Seuls” e “Green Manor”. A dare forma su carta alle immaginarie fantasie di Méliès è l’illustratore e fumettista Frantz Duchazeau, con un tratto che, a volte, assomiglia ad uno schizzo, come se davvero le sette storie messe una dietro l’altra fossero altrettanti canovacci, semplici bozze, il principio di un’idea che Méliès ha solo tratteggiato nel suo giardino a Montreuil e avrebbe voluto animare.

Dopo le collaborazioni per “La nuit de l’Inca” e il premiato “Les cinq conteurs de Baghdad”, sempre editi dalla francese Dargaud, i due ripropongono un collaudato sodalizio, in onore del primo sognatore del cinema francese.

Tuttavia, vocazione delle storie non è quella di raccontare la vita di Méliès ma quella di rendere omaggio all’arte e al desiderio di meravigliare, di stupire e lasciarsi stupire da quello che possono combinare semplici trucchi da prestigiatore, astuzie da illusionista provetto e onde di cartapesta. Gerorges Méliès resta dietro le quinte. È ritratto quasi con timore. Da lontano, punto di vista privilegiato per osservare tutto quello che si ama di più.

(c) Duchazeau - Vehlmann

Deluso dalla realtà, infiltratasi anche nelle sue pellicole, Méliès in un gesto disperato brucia quasi tutte le sue bobine, dopo dieci anni dietro la telecamera. Ma un’ultima magia, a lungo considerata perduta, è scampata alle fiamme. E viene ritrovata, quasi cent’anni dopo, precisamente nel 1993, a Barcellona. Si tratta della copia a colori di “Voyage dans la lune”, di 13 minuti e 56 secondi, una versione rarissima, dipinta a mano dallo stesso Méliès, inquadratura dopo inquadratura e meticolosamente restaurata. Sono 13.375 i fotogrammi digitalizzati e riportati in vita uno per uno, nei laboratori Technicolor di Los Angeles, nonostante le pessime condizioni della pellicola, che all’epoca veniva realizzata utilizzando il fragilissimo nitrato di cellulosa.

Il film è stato proposto all’ultimo Festival di Cannes, nella sezione Cannes Classics. 109 anni dopo la sua prima apparizione. Nell’anno del centocinquantenario dalla nascita dello stesso regista.

Méliès, dall’alto del suo satellite preferito, sicuramente avrà apprezzato.

(c) Méliès

ALLORA è QUI CHE CI DICIAMO ADDIO?

Vincitore del premio Fauve d’Or all’ultimo festival d’Angoulême, oscar del fumetto internazionale, Manuele Fior, classe 1975, è la rivelazione della graphic novel italiana, grazie alla bellissima storia di “Cinquemila chilometri al secondo”, pubblicata in Italia da Coconino Press, casa editrice indipendente dedicata al fumetto e creata dall’illustratore Igort, con sede a Roma, Bologna e Parigi, e in Francia per le edizioni svizzere Atrabile.

(c) Fior

“Cinquemila chilometri al secondo” è l’acquarello di una generazione “precaria anche nei sentimenti”. Le vite di Nicola, Piero e Lucia si scontrano per caso in un’Italia di provincia degli anni ’70 e intrecciano insieme sogni e ideali di un’adolescenza vissuta in sella ad uno scooter, che finisce quando uno dei tre sale su un aereo. E quando si scoprono abbagliati dalla libertà di poter andare via, dall’inganno di potersi perdere, e poi ritrovarsi, ad ogni latitudine e ad ogni quando. In realtà, la lontananza s’infiltra tra loro inesorabilmente e i tre si accorgono di aver sacrificato qualcosa alla voglia di essere sempre in partenza e ricominciare, qualcosa che non si lascia definire. Forse l’illusione di ritrovare tutto intatto e di non smarrire mai pezzi di sé.

(c) Fior

Cade la prima goccia di pioggia e si parte. I volti si sostituiscono, si cambia soffitto, ci si abitua a nuovi odori. Ma per quanto un luogo possa appartenerti, tu non apparterrai mai a lui. Si fa strada, giorno dopo giorno, la sensazione di non poter più tornare a casa, ma anche di non sentirsi a casa nemmeno lì dove si è.

Alla fine è Lucia a dire che se c’è qualcosa di peggio dell’irrequietezza della partenza, è l’immobilità del ritorno. Guardare il soffitto, contare i mesi e i giorni, confondere i nomi delle strade, farsi investire da un ricordo improvviso, ripetersi di aver detto sì a tutte le esperienze e di essersi fatto attraversare da ogni incontro e di non aver lasciato niente di intentato. E che è arrivato il momento di tornare a casa. Ma rendersi allo stesso tempo conto che tutto è com’era prima, quando l’hai guardato l’ultima volta dall’oblò di un aereo, e niente è cambiato. Tranne te stesso.

(c) Fior


Fior preferisce una tavolozza di acquerelli al bianco e nero e fa del luogo stesso un personaggio. I gialli e gli ocra dell’Egitto, le sfumature violacee e blu delle distese scandinave, e lo scoppio di contrasti dei cieli italiani macchiati di lenzuola stese ad asciugare seguono l’ondularsi della memoria, l’affievolirsi e l’accendersi delle emozioni. Lì dove scompaiono i fumetti, restano i colori, magistralmente alternati, dai toni esaltati dell’innamoramento a quelli spenti della lontananza e della nostalgia. L’oro della scoperta e il grigio del disincanto. Mescolati dal tocco di un vero Fauve del fumetto.

Ombra costante è la distanza, quella inspiegabile, che piomba tra due vite e resta senza una risposta. La distanza che lascia alla deriva e che, per un beffardo paradosso, per colmarsi chiede ancora più chilometri, ancora più secondi.

(c) Fior

Piero e Lucia si allontanano sempre più e sempre più pioggia cade tra loro finché i due non si ritrovano sotto una cascata di rimpianti e gocce improvvise, ad ammettere che quando l’uno riesce a tirare fuori solo il peggio dell’altro non rimane che partire. Niente più rese dei conti. Nessuno scontro. Anche senza cinquemila chilometri di mezzo, tra i due resta sempre un irrecuperabile secondo di distanza.

E ritrovarsi fa più male che perdersi.

Forse leggerlo su un aereo, con nove mesi di vita a Parigi in una valigia, amplifica certe sensazioni. Ma “Cinquemila chilometri al secondo” resta il più bel fumetto dell’anno e tra le migliori graphic novel all’italiana.

Manuele Fior è nato a Cesena nel 1975. Schivo e spigoloso, come i visi dei suoi personaggi. Architetto per formazione, illustratore per vocazione, ha lavorato a Berlino, a Oslo e a Parigi dove attualmente vive ed è sempre più apprezzato, come molte altre matite italiane che nella Ville Lumière animano piccole e grandi fumetterie, e dove ha iniziato a imbastire le tavole del suo prossimo fumetto. Ha già pubblicato “Rosso oltremare” e “La signorina Else” per le edizioni Coconino Press. Collabora con Il Sole 24ore, The New Yorker, Le Monde, Il Manifesto, Rolling Stones, Les Inrocks. È sua la copertina dell’ultimo numero di Internazionale, dedicato al viaggio. E alle distanze.