This is Not a Love Post

Lucca Comics and Games, 31 ottobre 2013. Prima volta al Festival del Fumetto di Lucca, prime due ore, già lo zaino colmo di libri e la promessa solenne di non comprare più nulla. Vago tra gli stand, sfoglio le pagine, chiacchiero con gli autori, mi chiedo se sia meglio comprare le orecchie di Bugs Bunny o quelle di Totoro, finché non m’imbatto nelle musicassette di This Is Not a Love Song.

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Ho vissuto l’epoca delle compilation d’amore su musicassetta solo indirettamente, da piccola, frugando tra segreti non miei, nei cassetti di mia sorella più grande. Ricordo le prime note di “Creep” dei Radiohead che gracchiavano dallo stereo della cameretta, tenuto a basso volume per non farmi scoprire, le copertine delle musicassette con dediche improbabili e frasi da Smemoranda scritte con gli Uniposca. Le mie musicassette, invece, erano un collage personalissimo di brani trovati in radio, registrati inevitabilmente dieci secondo dopo l’inizio, il tempo di premere il tasto “record”, con i saluti degli speaker a fine canzone e qualche pubblicità e jingle di mezzo.

Quando sono cresciuta, ho avuto in regalo una compilation di mp3, con più di 100 canzoni d’amore, che ho ascoltato più o meno fino a due anni fa. Ma non è stata la stessa cosa. Tra compagni di classe, ci si segnalava titoli o al massimo i link su youtube, qualcuno stampava ancora i testi (a volte anche con la traduzione!), le musicassette erano sparite da un pezzo, con i loro nastri attorcigliati e l’inchiostro sbavato dei pennarelli. In compenso, conservo ancora qualche cd con tanti cuori disegnati e una manciata di stelle sul lato 1.

This is Not a Love Song è un salto nel passato, negli anni in cui ci si addormentava con la musicassetta e le cuffie. Come dicono gli stessi autori, si tratta di “un serbatoio infinito di canzoni d’amore universali”, messe a disposizione delle immagini, una fonte d’ispirazione alla quale possono attingere liberamente grafici, illustratori, disegnatori e fumettisti. Progetto firmato da New Monkey Press Records, Tinals (acronimo per This is Not a Love Song) ha debuttato ufficialmente all’edizione 2013 del Lucca Comics and Games, con 21 “musicassette immaginifiche”, vere e proprie compilation su carta, dove 21 disegnatori hanno liberamente reinterpretato una canzone d’amore. Ogni cassetta contiene una storia piegata ad organetto, da un lato la genesi e la fortuna della canzone e la biografia del disegnatore, dall’altro le illustrazioni.

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Tra i disegnatori finora coinvolti ci sono: Gianluca Costantini; Aka B; Nicolò Pellizzon; Marino Neri; Chiara Fazi (che ha curato anche la grafica dell’intero progetto); Silvia Rocchi; Bianca Bagnarelli; Stefano Simeone; Erbalupina; Marco Galli; Davide Catania; Millo, La Tram; Dario Panzeri; Francesco Cattani; Massimo Pasca; Eleonora Amianto; Marika Marini; Margherita Morotti.

Aprire ogni singola cassetta è come dare il via a una catena di scoperte: ogni custodia una canzone, ogni canzone una storia, ogni storia un disegno, ogni disegno una cover. Sì perché This is Not a Love Song è anch’esso un progetto dentro il progetto. Accanto all’idea di Tinals, l’etichetta umbra To Lose La Track, di Luca Benni, ha prodotto una compilation con le prime 12 cover, disponibili on-line e in free download, insieme ai disegni. Tra le voci, alcune delle band più interessanti del panorama underground italiano e non, con risultati brillanti, anche se con qualche esito discutibile, come la cover di “Boys Don’t Cry” dei Do Nascimiento, i cui fanti che non piangono stentano a convincere, e la versione dei PopX + Calcutta di “Je t’aime, moi non plus”, esageratamente dilatata. Meritano una menzione invece la cover di “Fade Into You” di Mazzy Star, una ballata sognante reinterpretata dai Vrcvs e la versione rock-pop di “Playground Love” degli Air, rifatta dai Manetti!.

L’idea è quella di voler associare alle note universali delle canzoni d’amore più note l’approccio personale dei disegnatori, per un connubio inedito tra grafica e musica, che, in più, riporta in auge un supporto ormai desueto, ma in sé vintage ed esteticamente ricercato. Seguiranno, infatti, altre compilation su carta, nuove musicassette immaginifiche e altri ascolti, tutti gratuiti.

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© Marco Galli

Più o meno vicini allo spirito originale della canzone, i disegni sembrano scavare a fondo, facendo delle ballate semplici canovacci su cui tessere storie completamente nuove, immagini contemporanee per ballate retrò, angosce ed emozioni inedite che stravolgono brani cult e familiari, attraverso risvolti insospettati.

Alla fine, ho ceduto. Dopo 30 minuti a canticchiare le canzoni, ad aprire cauta le cassette, a scorrere i disegni e a chiedere più o meno dieci volte le stesse informazioni ai ragazzi dello stand, ne ho scelte 4: “Luna” degli Smashing Pumpkins, rivisitata da Marco Galli; “I’m Sticking with you” dei Velvet Underground, rifatta da Marika Marini; “Are you lonesome tonight?” di Elvis Presley, con i disegni di Aka B; “Boys don’t cry” dei Cure, illustrazioni di Massimo Pasca.

La scritta che campeggia su ogni cassetta, “anything is better than nothing”, mi è sembrata un segno in un periodo in cui ho riposto ogni posizione radicale e ho accettato l’inevitabile compromesso. Quindi, alla fine, le ho portate con me a Parigi ma già non ci sono più. Forse non saranno canzoni d’amore, ma non mi sarei mai aspettato di poter ancora regalare una musicassetta romantica e non volevo perdere l’occasione.

© Aka B

© Aka B

Soundtrack: I’m sticking with you, Velvet Underground 

di interviste, fantascienza e meschinità

La prima volta che ho guardato negli occhi Dora e Raniero, protagonisti dell’ultimo album di Manuele Fior, è stato lo scorso dicembre, a Parigi, in un pomeriggio di pioggia a Gare de l’Est. Erano ancora spalmati sulle tavole, in attesa di essere impaginati, stampati e recapitati nelle librerie francesi e italiane. All’epoca il titolo era uno solo, “L’Intervista” (Coconino Press), pensato per rimanere in italiano anche nella versione francese, e la trama era un groviglio di fantasticherie che si sono animate in libertà nella mia testa, dopo l’intervista, quella vera, con Manuele Fior.

© Manuele Fior

© Manuele Fior

È una storia di fantascienza”, raccontava, “che non ha nulla a che vedere con la mia vita”. “L’Intervista” è ambientato nell’Italia del 2048, in un futuro prossimo dove, in seguito ai moti del 2021, il paese ha subito la “disunificazione” e gli adolescenti delle ultime generazioni non sanno cosa sia una matita o un compasso, adepti della Nuova Convenzione, che “si basa sul principio di non esclusività emotiva e sessuale”. Una promiscuità discreta e comunemente accettata, che continua a turbare le menti più tradizionali ma sembra fatta apposta per salvaguardare dal male di vivere e dall’abisso dell’abbandono, che invece pare assediare Raniero.

Raniero, vittima di un incidente e di strane allucinazioni, e di un matrimonio caduto nelle grinfie della quotidianità più feroce, porta in giro la sua faccia rassegnata, con “l’aria di uno che soffre parecchio… ed è convinto per questo di meritarsi qualcosa”. “Perseguitato dal disgusto”, teme di intravedere in Dora, una delle sue pazienti, seguace della Nuova Convenzione e incapace di essere gelosa, una via d’uscita, fin troppo piacevole, alla sua grigia routine.

Voglio scoprire anche io, come un semplice lettore, come andrà a finire la storia“, aveva dichiarato Fior nella nostra intervista, “lasciarmi portare dai personaggi e seguirli“, raccontandomi di non avere alcun piano, alcuna trama in mente all’inizio di ogni bozza, ma solo il desiderio di creare un’opera di fantascienza, che, inevitabilmente, si è mescolata ai suoi temi ricorrenti: l’amore, la difficoltà di restare sulla stessa linea, senza un secondo, o più, di distanza. “Ho pensato molto ad Antonioni“, ha rivelato Fior ad un giornale francese, indicando come “La Notte”, con una splendida Monica Vitti, eroina romantica di un dramma borghese, l’abbia ispirato non poco.

© Manuele Fior

© Manuele Fior

Abbandonati gli acquarelli di “Cinquemila chilometri al secondo”, Manuele Fior si perde in un chiaroscuro di ombre e tratti morbidi, in una fantasia di grigi e bianchi sfumati, tra un nero indeciso e un avorio timido, come un ritratto vintage di un futuro distopico, come una fotografia degli anni ’60 spedita nello spazio e nel tempo, quasi cento anni dopo.

Tra sinuosità umane e geometrie aliene, sul nero delle pagine de “L’Intervista” si stagliano finestre improvvise spalancate su un centro storico blindato, i fari delle auto nella notte, inattesi triangoli disegnati nel cielo, sintomo che una nuova era è vicina. La luce come forza creatrice di nuove forme inattese, come ne “La Guerra dei Mondi” di Steven Spielberg, pellicola che ha ispirato Fior, insieme a tutto il filone classico della fantascienza, da Asimov a Orwell.

© Manuele Fior

© Manuele Fior

Le tinte chiaroscurali, le sfumature del bianco e nero, raccontano un futuro prossimo ma intriso di mistero, dove l’umanità sembra decisa a semplificare ogni complicazione sentimentale, puntando alla trasparenza coatta, alla chiarezza ultima.

Nelle pagine finali dell’album, tale eccesso di franchezza diventa radicale e tutti i personaggi possono leggere nella mente altrui. Sembra di trovarsi davanti allo stadio evolutivo ultimo dell’essere umano, in cui bipedi previdenti hanno imparato a salvaguardarsi dai soprusi delle emozioni, dai nodi in gola della gelosia, dal male acuto del fallimento, sviluppando un nuovo istinto di sopravvivenza e rinunciando una volta per tutte alle emozioni dell’amore. E alle sue meschinità.

ARABESQUES

Da un pomeriggio di pioggia a Gare de l’Est a mattinate di ghiaccio in redazione a Strasbourg Saint-Denis, la mia intervista a Manuele Fior è stata pubblicata lo scorso venerdì. 

Intanto, cambio casa, lascio Place de Clichy, le ostriche e il cimitero di Montmartre,  per Arts et Métiers. E tra una settimana ho il treno per Angoulême, per la 40sima edizione del Festival International de la Bande Dessinée.

Anticipazioni ed entusiasmi: la Revue Dessinée, coraggiosa iniziativa editoriale che, a partire dal prossimo autunno, porterà nelle librerie un trimestrale di 200 pagine interamente composta da reportage a fumetti; Chester Brown, illustratore canadese, autore di “Paying for It“, fumetto autobiografico sul suo rapporto controverso con le prostitute e il sesso a pagamento; il concerto illustrato di Bastien Vivès e Lescop.

 

To be continued_

Somewhere in New York City

Mentre i fumetti si accumulano in ogni angolo della mia stanza di Brooklyn, vado in giro qua e là per Gotham City a caccia di fumetterie. A soli cinque blocks di distanza da casa mia, su Metropolitan Avenue, ne ho scovata una, sotto l’insegna di una vecchia bakery. Si chiama Desert Island e pare sia una tappa obbligata per tutti gli appassionati di comics di New York City.

Ne parlo nel mio primo articolo per Nuok.

Per saperne di più, un click qui.

“Le cinéma et moi, c’est une histoire douloureuse”

Sognatore, audace, a volte maldestro, sfortunato. Come le sue fantasticherie su pellicola, che hanno raggiunto la notorietà troppo tardi, grazie alle intuizioni di Jacques Prévert. Dietro la telecamera e tra le pagine de “Le diable amoureux et autres films jamais tournés par Méliès” (ed. Dargaud) c’è Georges Méliès, nel ruolo di se stesso, poetico regista francese dei primi del Novecento, direttore di sogni, burattinaio di fantasie. Come quella più celebre del suo “Voyage dans la lune”, cortometraggio del 1902, ispirato al romanzo di Jules Verne, dove lo stesso Méliès orchestra la scanzonata spedizione sul satellite, nelle vesti del prof. Barbenfouillis.

Inventore del cinema moderno, Georges Méliès, nato nel 1861, fu il primo a portare la luna ad un passo dai sogni dell’uomo moderno che s’affacciava intimidito nel nuovo secolo. Pioniere degli effetti speciali e innamorato delle magie da scena che aveva imparato al teatro parigino Robert – Houdin, di cui era anche direttore, nel volume fa la guerra ai fratelli Lumière e ai loro noiosi soggetti, fin troppo veri e reali per meritarsi un’inquadratura. “Des gens sortant d’une usine… quel ennui, monsieur Prévert!”, sbotta Méliès seduto ad un caffè insieme al poeta.

(c) Duchazeau - Vehlmann

E Méliès, pur di non piegarsi alla dittatura del nascente realismo, allestì il primo studio della storia del cinema nel suo giardino di Montreuil, restando ai margini dell’industria cinematografica dei primi del Novecento, rinunciando all’apice della notorietà e ritirandosi a vendere giocattoli e ninnoli in un chiosco nella stazione di Montparnasse. Dove lo trova Jacques Prévert che, affascinato dalle caleidoscopiche sceneggiature del regista, lo invita a raccontare la sua “histoire douloureuse”, tra lui e il cinema.

Il regista incalza e cerca di sollevare il morale della sua truppa, la coinvolge nelle più assurde e rocambolesche cacce al surreale. Mentre Gaumont, proprietario di una delle più grandi e storiche catene di cinema francesi, mette fretta e stringe i tempi. Ma se i fratelli Lumière mostrano il reale, Méliès l’illusionista insegue il fantastico e la meraviglia. Che continuamente gli sfugge di mano.

(c) Duchazeau - Vehlmann

Georges Méliès si accontenta di un ruolo da non protagonista. Scivola tra le creature fantastiche dei suoi sogni fatti di pellicola e invenzione. Nella Parigi sognante dei primi anni del Novecento, si aggira come personaggio delle sue stesse rêveries, dove spuntano, da aggraziati cammei, anche Joséphine Baker e il suo gonnellino di banane, scampati alla furia del misterioso assassino che getta eleganti donzelle dalla Tour Eiffel, i famigerati fratelli Lumière, con telecamere portatili al seguito, insensati cultori di un’inutile realtà, il mago Houdini che si getta nella Senna, lasciando a bocca aperta il popolo di cuori annegati che hanno incontrato la morte nel fiume di Parigi.

Protagonista delle storie, sullo sfondo, anche la sua Paris, con il Moulin de la Galette, ancora ben visibile senza la cortina dei tetti di Montmartre, laTour Eiffel che assiste pietosa agli egoismi di diavoli innamorati e a efferati omicidi, il cimitero di Père-Lachaise dove si nasconde l’étoile polaire, il Cirque d’Hiver, la stazione di Montparnasse.

 

(c) Duchazeau - Vehlmann

La sceneggiatura è a cura di Fabien Vehlmann, già noto per la serie “Seuls” e “Green Manor”. A dare forma su carta alle immaginarie fantasie di Méliès è l’illustratore e fumettista Frantz Duchazeau, con un tratto che, a volte, assomiglia ad uno schizzo, come se davvero le sette storie messe una dietro l’altra fossero altrettanti canovacci, semplici bozze, il principio di un’idea che Méliès ha solo tratteggiato nel suo giardino a Montreuil e avrebbe voluto animare.

Dopo le collaborazioni per “La nuit de l’Inca” e il premiato “Les cinq conteurs de Baghdad”, sempre editi dalla francese Dargaud, i due ripropongono un collaudato sodalizio, in onore del primo sognatore del cinema francese.

Tuttavia, vocazione delle storie non è quella di raccontare la vita di Méliès ma quella di rendere omaggio all’arte e al desiderio di meravigliare, di stupire e lasciarsi stupire da quello che possono combinare semplici trucchi da prestigiatore, astuzie da illusionista provetto e onde di cartapesta. Gerorges Méliès resta dietro le quinte. È ritratto quasi con timore. Da lontano, punto di vista privilegiato per osservare tutto quello che si ama di più.

(c) Duchazeau - Vehlmann

Deluso dalla realtà, infiltratasi anche nelle sue pellicole, Méliès in un gesto disperato brucia quasi tutte le sue bobine, dopo dieci anni dietro la telecamera. Ma un’ultima magia, a lungo considerata perduta, è scampata alle fiamme. E viene ritrovata, quasi cent’anni dopo, precisamente nel 1993, a Barcellona. Si tratta della copia a colori di “Voyage dans la lune”, di 13 minuti e 56 secondi, una versione rarissima, dipinta a mano dallo stesso Méliès, inquadratura dopo inquadratura e meticolosamente restaurata. Sono 13.375 i fotogrammi digitalizzati e riportati in vita uno per uno, nei laboratori Technicolor di Los Angeles, nonostante le pessime condizioni della pellicola, che all’epoca veniva realizzata utilizzando il fragilissimo nitrato di cellulosa.

Il film è stato proposto all’ultimo Festival di Cannes, nella sezione Cannes Classics. 109 anni dopo la sua prima apparizione. Nell’anno del centocinquantenario dalla nascita dello stesso regista.

Méliès, dall’alto del suo satellite preferito, sicuramente avrà apprezzato.

(c) Méliès

ALLORA è QUI CHE CI DICIAMO ADDIO?

Vincitore del premio Fauve d’Or all’ultimo festival d’Angoulême, oscar del fumetto internazionale, Manuele Fior, classe 1975, è la rivelazione della graphic novel italiana, grazie alla bellissima storia di “Cinquemila chilometri al secondo”, pubblicata in Italia da Coconino Press, casa editrice indipendente dedicata al fumetto e creata dall’illustratore Igort, con sede a Roma, Bologna e Parigi, e in Francia per le edizioni svizzere Atrabile.

(c) Fior

“Cinquemila chilometri al secondo” è l’acquarello di una generazione “precaria anche nei sentimenti”. Le vite di Nicola, Piero e Lucia si scontrano per caso in un’Italia di provincia degli anni ’70 e intrecciano insieme sogni e ideali di un’adolescenza vissuta in sella ad uno scooter, che finisce quando uno dei tre sale su un aereo. E quando si scoprono abbagliati dalla libertà di poter andare via, dall’inganno di potersi perdere, e poi ritrovarsi, ad ogni latitudine e ad ogni quando. In realtà, la lontananza s’infiltra tra loro inesorabilmente e i tre si accorgono di aver sacrificato qualcosa alla voglia di essere sempre in partenza e ricominciare, qualcosa che non si lascia definire. Forse l’illusione di ritrovare tutto intatto e di non smarrire mai pezzi di sé.

(c) Fior

Cade la prima goccia di pioggia e si parte. I volti si sostituiscono, si cambia soffitto, ci si abitua a nuovi odori. Ma per quanto un luogo possa appartenerti, tu non apparterrai mai a lui. Si fa strada, giorno dopo giorno, la sensazione di non poter più tornare a casa, ma anche di non sentirsi a casa nemmeno lì dove si è.

Alla fine è Lucia a dire che se c’è qualcosa di peggio dell’irrequietezza della partenza, è l’immobilità del ritorno. Guardare il soffitto, contare i mesi e i giorni, confondere i nomi delle strade, farsi investire da un ricordo improvviso, ripetersi di aver detto sì a tutte le esperienze e di essersi fatto attraversare da ogni incontro e di non aver lasciato niente di intentato. E che è arrivato il momento di tornare a casa. Ma rendersi allo stesso tempo conto che tutto è com’era prima, quando l’hai guardato l’ultima volta dall’oblò di un aereo, e niente è cambiato. Tranne te stesso.

(c) Fior


Fior preferisce una tavolozza di acquerelli al bianco e nero e fa del luogo stesso un personaggio. I gialli e gli ocra dell’Egitto, le sfumature violacee e blu delle distese scandinave, e lo scoppio di contrasti dei cieli italiani macchiati di lenzuola stese ad asciugare seguono l’ondularsi della memoria, l’affievolirsi e l’accendersi delle emozioni. Lì dove scompaiono i fumetti, restano i colori, magistralmente alternati, dai toni esaltati dell’innamoramento a quelli spenti della lontananza e della nostalgia. L’oro della scoperta e il grigio del disincanto. Mescolati dal tocco di un vero Fauve del fumetto.

Ombra costante è la distanza, quella inspiegabile, che piomba tra due vite e resta senza una risposta. La distanza che lascia alla deriva e che, per un beffardo paradosso, per colmarsi chiede ancora più chilometri, ancora più secondi.

(c) Fior

Piero e Lucia si allontanano sempre più e sempre più pioggia cade tra loro finché i due non si ritrovano sotto una cascata di rimpianti e gocce improvvise, ad ammettere che quando l’uno riesce a tirare fuori solo il peggio dell’altro non rimane che partire. Niente più rese dei conti. Nessuno scontro. Anche senza cinquemila chilometri di mezzo, tra i due resta sempre un irrecuperabile secondo di distanza.

E ritrovarsi fa più male che perdersi.

Forse leggerlo su un aereo, con nove mesi di vita a Parigi in una valigia, amplifica certe sensazioni. Ma “Cinquemila chilometri al secondo” resta il più bel fumetto dell’anno e tra le migliori graphic novel all’italiana.

Manuele Fior è nato a Cesena nel 1975. Schivo e spigoloso, come i visi dei suoi personaggi. Architetto per formazione, illustratore per vocazione, ha lavorato a Berlino, a Oslo e a Parigi dove attualmente vive ed è sempre più apprezzato, come molte altre matite italiane che nella Ville Lumière animano piccole e grandi fumetterie, e dove ha iniziato a imbastire le tavole del suo prossimo fumetto. Ha già pubblicato “Rosso oltremare” e “La signorina Else” per le edizioni Coconino Press. Collabora con Il Sole 24ore, The New Yorker, Le Monde, Il Manifesto, Rolling Stones, Les Inrocks. È sua la copertina dell’ultimo numero di Internazionale, dedicato al viaggio. E alle distanze.

Willis il gatto e i gelsomini di Tunisi

È la sera del 13 gennaio. A Tunisi il sole è già calato e un popolo sull’orlo di una rivolta aspetta in silenzio. Il presidente Ben Ali appare in tv e, facendo appello alla buona fede dei tunisini, nasconde un tremolio nella voce e si gioca l’ultima carta dei suoi 23 anni di regime. Mentre il mondo intero lo sta a guardare.

E finalmente dice “je vous ai compris”. Lui dice di averli capiti, i tunisini. E, dopo l’ennesima giornata di violenza, assicura che i poliziotti non apriranno più il fuoco sui manifestanti, che il prezzo di pane e zucchero calerà, che verrà istituita una commissione d’inchiesta sulla corruzione. E dichiara la fine della censura sulla stampa e su internet.

È l’alba della rivolta. Place de la Kasba esulta. I tunisini acclamano. E mentre debutta quella che la stampa ha battezzato come rivoluzione del gelsomino, un gatto irriverente prende in parola “Zaba” (così i tunisini chiamano il presidente) e fa capolino sul web.

È Willis. Che approda su Facebook mentre Ben Ali termina il suo discorso al popolo tunisino. E, dalla vigilia della rivoluzione, ogni giorno racconta, senza peli sulla lingua, la rivolta, gli omicidi, gli errori della stampa internazionale, i lapsus dei telegiornali francesi, le verità che le telecamere ignorano e tutti quei piccoli e grandi cambiamenti che giungono agli occhi del mondo con qualche giorno di ritardo.

Gli occhi felini di Willis si posano impertinenti sui dettagli della vita quotidiana di una Tunisia ritrovatasi sotto i riflettori dell’intero pianeta. Dalle menzogne del governo alle sommosse per strada fino all’emancipazione delle donne che, con la scusa di andare a manifestare, ne approfittano per dare un’occhiata ai saldi.

Di vignetta in vignetta, il fenomeno di Willis from Tunis sfiora i 5000 fan su Facebook. La rivolta vista attraverso gli occhi di un gatto indigna, diverte e informa.

Celata nell’anonimato, dietro le battute caustiche di Willis, c’è Nadia Khiari, tunisina di 38 anni, tornata nel suo paese dopo aver studiato e vissuto in Francia, pittrice e insegnante all’Accademia di Belle Arti di Tunisi, una vita vissuta con la matita in mano. All’alba della rivoluzione, Nadia decide finalmente di tirare fuori dal cassetto i suoi taccuini e di raccontare quello che vede fuori dalla sua finestra. E “appeler un chat, un chat”.

Gli amici di Willis sono sempre di più ed è il sostegno dei fan che alla fine incoraggia Nadia ad uscire allo scoperto e a pubblicare le strampalate cronache del suo gatto.

Così a febbraio, arriva nelle librerie, “Willis from Tunis – Chroniques de la Révolution”, distribuito in 5000 esemplari. Nella raccolta, 120 disegni del gatto più famoso del mondo arabo che prende in contropiede l’informazione tradizionale e mainstream, raccontando con sarcasmo schietto e mordace la vita dei tunisini. Perché, questo il motto dell’autrice, “l’humour est la politesse du désespoir”.

La rivoluzione del gelsomino è solo il primo passo di una lunga marcia verso il cambiamento e verso una stampa libera e un’informazione senza censura. Ma intanto ci ha mostrato come la lingua dispettosa e schietta d’un gatto che s’affaccia dai bordi neri d’una vignetta possa raccontare la verità meglio della blasonata stampa internazionale.

E ci ha fatto vedere come il fumetto sia capace di essere un vero e proprio testimone della sua epoca. Chat-peau!

In attesa che Willis arrivi in Italia, qui la sua pagina facebook con tutte le sue avventure.