“Fini de rire” è un progetto multimediale di Olivier Malvoisin, co-prodotto da Arte e RBTF, sul potere del fumetto giornalistico e sul desiderio di molti di metterlo a tacere, dalla Cisgiordania alla Germania, dalla Francia a Gerusalemme, fino a una vecchia conoscenza a quattro zampe. Popolano il documentario, 40 testimonianze di voci, e fumetti, minacciati, censurati o in pericolo.

Il progetto, uscito lo scorso aprile, prende spunto dalla reazione alle vignette su Maometto pubblicate nel 2006 per tracciare una mappa immaginaria dei tabù contemporanei e chiedersi, una volta per tutta, cos’è e che fine ha fatto la libertà d’espressione.

Qui il sito del progetto, con la cartografia completa dei disegnatori e del fumetto giornalistico nel mondo.

di interviste, fantascienza e meschinità

La prima volta che ho guardato negli occhi Dora e Raniero, protagonisti dell’ultimo album di Manuele Fior, è stato lo scorso dicembre, a Parigi, in un pomeriggio di pioggia a Gare de l’Est. Erano ancora spalmati sulle tavole, in attesa di essere impaginati, stampati e recapitati nelle librerie francesi e italiane. All’epoca il titolo era uno solo, “L’Intervista” (Coconino Press), pensato per rimanere in italiano anche nella versione francese, e la trama era un groviglio di fantasticherie che si sono animate in libertà nella mia testa, dopo l’intervista, quella vera, con Manuele Fior.

© Manuele Fior

© Manuele Fior

È una storia di fantascienza”, raccontava, “che non ha nulla a che vedere con la mia vita”. “L’Intervista” è ambientato nell’Italia del 2048, in un futuro prossimo dove, in seguito ai moti del 2021, il paese ha subito la “disunificazione” e gli adolescenti delle ultime generazioni non sanno cosa sia una matita o un compasso, adepti della Nuova Convenzione, che “si basa sul principio di non esclusività emotiva e sessuale”. Una promiscuità discreta e comunemente accettata, che continua a turbare le menti più tradizionali ma sembra fatta apposta per salvaguardare dal male di vivere e dall’abisso dell’abbandono, che invece pare assediare Raniero.

Raniero, vittima di un incidente e di strane allucinazioni, e di un matrimonio caduto nelle grinfie della quotidianità più feroce, porta in giro la sua faccia rassegnata, con “l’aria di uno che soffre parecchio… ed è convinto per questo di meritarsi qualcosa”. “Perseguitato dal disgusto”, teme di intravedere in Dora, una delle sue pazienti, seguace della Nuova Convenzione e incapace di essere gelosa, una via d’uscita, fin troppo piacevole, alla sua grigia routine.

Voglio scoprire anche io, come un semplice lettore, come andrà a finire la storia“, aveva dichiarato Fior nella nostra intervista, “lasciarmi portare dai personaggi e seguirli“, raccontandomi di non avere alcun piano, alcuna trama in mente all’inizio di ogni bozza, ma solo il desiderio di creare un’opera di fantascienza, che, inevitabilmente, si è mescolata ai suoi temi ricorrenti: l’amore, la difficoltà di restare sulla stessa linea, senza un secondo, o più, di distanza. “Ho pensato molto ad Antonioni“, ha rivelato Fior ad un giornale francese, indicando come “La Notte”, con una splendida Monica Vitti, eroina romantica di un dramma borghese, l’abbia ispirato non poco.

© Manuele Fior

© Manuele Fior

Abbandonati gli acquarelli di “Cinquemila chilometri al secondo”, Manuele Fior si perde in un chiaroscuro di ombre e tratti morbidi, in una fantasia di grigi e bianchi sfumati, tra un nero indeciso e un avorio timido, come un ritratto vintage di un futuro distopico, come una fotografia degli anni ’60 spedita nello spazio e nel tempo, quasi cento anni dopo.

Tra sinuosità umane e geometrie aliene, sul nero delle pagine de “L’Intervista” si stagliano finestre improvvise spalancate su un centro storico blindato, i fari delle auto nella notte, inattesi triangoli disegnati nel cielo, sintomo che una nuova era è vicina. La luce come forza creatrice di nuove forme inattese, come ne “La Guerra dei Mondi” di Steven Spielberg, pellicola che ha ispirato Fior, insieme a tutto il filone classico della fantascienza, da Asimov a Orwell.

© Manuele Fior

© Manuele Fior

Le tinte chiaroscurali, le sfumature del bianco e nero, raccontano un futuro prossimo ma intriso di mistero, dove l’umanità sembra decisa a semplificare ogni complicazione sentimentale, puntando alla trasparenza coatta, alla chiarezza ultima.

Nelle pagine finali dell’album, tale eccesso di franchezza diventa radicale e tutti i personaggi possono leggere nella mente altrui. Sembra di trovarsi davanti allo stadio evolutivo ultimo dell’essere umano, in cui bipedi previdenti hanno imparato a salvaguardarsi dai soprusi delle emozioni, dai nodi in gola della gelosia, dal male acuto del fallimento, sviluppando un nuovo istinto di sopravvivenza e rinunciando una volta per tutte alle emozioni dell’amore. E alle sue meschinità.

ARABESQUES

Da un pomeriggio di pioggia a Gare de l’Est a mattinate di ghiaccio in redazione a Strasbourg Saint-Denis, la mia intervista a Manuele Fior è stata pubblicata lo scorso venerdì. 

Intanto, cambio casa, lascio Place de Clichy, le ostriche e il cimitero di Montmartre,  per Arts et Métiers. E tra una settimana ho il treno per Angoulême, per la 40sima edizione del Festival International de la Bande Dessinée.

Anticipazioni ed entusiasmi: la Revue Dessinée, coraggiosa iniziativa editoriale che, a partire dal prossimo autunno, porterà nelle librerie un trimestrale di 200 pagine interamente composta da reportage a fumetti; Chester Brown, illustratore canadese, autore di “Paying for It“, fumetto autobiografico sul suo rapporto controverso con le prostitute e il sesso a pagamento; il concerto illustrato di Bastien Vivès e Lescop.

 

To be continued_

Un rêve de gamin

ore 18. piove. Maison de l’Architecture de Paris. Manuele Fior.

un tè, le tende rosse, le tavole originali del suo ultimo libro, un’intervista che diventa sempre più una chiacchierata, con i fumetti che si accumulano nella cucina, le tazze di porcellana e tanti consigli di lettura

il carboncino, le matite, gli acquerelli, i post-it con gli schizzi appiccicati qua e là sulle pareti, la Gare de l’Est che sbuca da una delle due grandi vetrate dell’appartamento

e alla fine scoprire che il tuo autore preferito ha fatto la scuola elementare a Galatina…

Il resto, presto su Cafebabel_

(c) Manuele Fior

(c) Manuele Fior

“Le cinéma et moi, c’est une histoire douloureuse”

Sognatore, audace, a volte maldestro, sfortunato. Come le sue fantasticherie su pellicola, che hanno raggiunto la notorietà troppo tardi, grazie alle intuizioni di Jacques Prévert. Dietro la telecamera e tra le pagine de “Le diable amoureux et autres films jamais tournés par Méliès” (ed. Dargaud) c’è Georges Méliès, nel ruolo di se stesso, poetico regista francese dei primi del Novecento, direttore di sogni, burattinaio di fantasie. Come quella più celebre del suo “Voyage dans la lune”, cortometraggio del 1902, ispirato al romanzo di Jules Verne, dove lo stesso Méliès orchestra la scanzonata spedizione sul satellite, nelle vesti del prof. Barbenfouillis.

Inventore del cinema moderno, Georges Méliès, nato nel 1861, fu il primo a portare la luna ad un passo dai sogni dell’uomo moderno che s’affacciava intimidito nel nuovo secolo. Pioniere degli effetti speciali e innamorato delle magie da scena che aveva imparato al teatro parigino Robert – Houdin, di cui era anche direttore, nel volume fa la guerra ai fratelli Lumière e ai loro noiosi soggetti, fin troppo veri e reali per meritarsi un’inquadratura. “Des gens sortant d’une usine… quel ennui, monsieur Prévert!”, sbotta Méliès seduto ad un caffè insieme al poeta.

(c) Duchazeau - Vehlmann

E Méliès, pur di non piegarsi alla dittatura del nascente realismo, allestì il primo studio della storia del cinema nel suo giardino di Montreuil, restando ai margini dell’industria cinematografica dei primi del Novecento, rinunciando all’apice della notorietà e ritirandosi a vendere giocattoli e ninnoli in un chiosco nella stazione di Montparnasse. Dove lo trova Jacques Prévert che, affascinato dalle caleidoscopiche sceneggiature del regista, lo invita a raccontare la sua “histoire douloureuse”, tra lui e il cinema.

Il regista incalza e cerca di sollevare il morale della sua truppa, la coinvolge nelle più assurde e rocambolesche cacce al surreale. Mentre Gaumont, proprietario di una delle più grandi e storiche catene di cinema francesi, mette fretta e stringe i tempi. Ma se i fratelli Lumière mostrano il reale, Méliès l’illusionista insegue il fantastico e la meraviglia. Che continuamente gli sfugge di mano.

(c) Duchazeau - Vehlmann

Georges Méliès si accontenta di un ruolo da non protagonista. Scivola tra le creature fantastiche dei suoi sogni fatti di pellicola e invenzione. Nella Parigi sognante dei primi anni del Novecento, si aggira come personaggio delle sue stesse rêveries, dove spuntano, da aggraziati cammei, anche Joséphine Baker e il suo gonnellino di banane, scampati alla furia del misterioso assassino che getta eleganti donzelle dalla Tour Eiffel, i famigerati fratelli Lumière, con telecamere portatili al seguito, insensati cultori di un’inutile realtà, il mago Houdini che si getta nella Senna, lasciando a bocca aperta il popolo di cuori annegati che hanno incontrato la morte nel fiume di Parigi.

Protagonista delle storie, sullo sfondo, anche la sua Paris, con il Moulin de la Galette, ancora ben visibile senza la cortina dei tetti di Montmartre, laTour Eiffel che assiste pietosa agli egoismi di diavoli innamorati e a efferati omicidi, il cimitero di Père-Lachaise dove si nasconde l’étoile polaire, il Cirque d’Hiver, la stazione di Montparnasse.

 

(c) Duchazeau - Vehlmann

La sceneggiatura è a cura di Fabien Vehlmann, già noto per la serie “Seuls” e “Green Manor”. A dare forma su carta alle immaginarie fantasie di Méliès è l’illustratore e fumettista Frantz Duchazeau, con un tratto che, a volte, assomiglia ad uno schizzo, come se davvero le sette storie messe una dietro l’altra fossero altrettanti canovacci, semplici bozze, il principio di un’idea che Méliès ha solo tratteggiato nel suo giardino a Montreuil e avrebbe voluto animare.

Dopo le collaborazioni per “La nuit de l’Inca” e il premiato “Les cinq conteurs de Baghdad”, sempre editi dalla francese Dargaud, i due ripropongono un collaudato sodalizio, in onore del primo sognatore del cinema francese.

Tuttavia, vocazione delle storie non è quella di raccontare la vita di Méliès ma quella di rendere omaggio all’arte e al desiderio di meravigliare, di stupire e lasciarsi stupire da quello che possono combinare semplici trucchi da prestigiatore, astuzie da illusionista provetto e onde di cartapesta. Gerorges Méliès resta dietro le quinte. È ritratto quasi con timore. Da lontano, punto di vista privilegiato per osservare tutto quello che si ama di più.

(c) Duchazeau - Vehlmann

Deluso dalla realtà, infiltratasi anche nelle sue pellicole, Méliès in un gesto disperato brucia quasi tutte le sue bobine, dopo dieci anni dietro la telecamera. Ma un’ultima magia, a lungo considerata perduta, è scampata alle fiamme. E viene ritrovata, quasi cent’anni dopo, precisamente nel 1993, a Barcellona. Si tratta della copia a colori di “Voyage dans la lune”, di 13 minuti e 56 secondi, una versione rarissima, dipinta a mano dallo stesso Méliès, inquadratura dopo inquadratura e meticolosamente restaurata. Sono 13.375 i fotogrammi digitalizzati e riportati in vita uno per uno, nei laboratori Technicolor di Los Angeles, nonostante le pessime condizioni della pellicola, che all’epoca veniva realizzata utilizzando il fragilissimo nitrato di cellulosa.

Il film è stato proposto all’ultimo Festival di Cannes, nella sezione Cannes Classics. 109 anni dopo la sua prima apparizione. Nell’anno del centocinquantenario dalla nascita dello stesso regista.

Méliès, dall’alto del suo satellite preferito, sicuramente avrà apprezzato.

(c) Méliès

DI CIGNI DI PANE E SALE DEL MAR CASPIO

“Persepolis” è il primo fumetto iraniano, divenuto in poco meno di dieci anni un classico della bande dessinée d’Oltralpe e non solo.

Caso editoriale in Francia, quando nel 2000 la casa editrice indipendente L’Association pubblica il primo di quattro tomi, “Persepolis” diventa un bellissimo film d’animazione nel 2007, grazie alla co-direzione di Vincent Paronnaud, regista e fumettista underground della scena francese. Film che vince due Cesar: per la migliore opera prima e il miglior adattamento.

L’autrice è Marjane Satrapi, iraniana, classe 1969, humour  tagliente, matita decisa. Un primo tentativo nella grafica, un  secondo con i libri per ragazzi. Il terzo e ultimo con il fumetto, in  cui Marjane, incoraggiata dagli illustri colleghi d’ufficio, all’Atelier des Vosges di Parigi, tra cui Joann Sfarr, racconta la sua vita in Iran durante il regime dello scià. E dà un’impronta prettamente persiana al milieu francese del fumetto.

Quello di Persepolis è un “realismo stilizzato”, ispirato ai due stili che hanno orientato le arti figurative dopo le grandi guerre: l’espressionismo, dalle linee crude e spigolose, in Germania, e il neorealismo, verace e pieno, in Italia. E spinto dalla voglia di racchiudere in una vignetta una rivoluzione.

La scelta del bianco e nero, il neo sfuggente di Marjane, i lunghi baffi degli iraniani, le barbe piene e minacciose, simili ai veli cupi e pesanti delle donne. E poi i contorni schietti, la linea minimalista, talvolta naif, l’astrazione delle geografie, l’assenza del colore. Il fumetto, anche animato, resta nelle sue due dimensioni e nello stesso spettro di sfumature, in un’alternanza di bianchi e di neri, di vuoti e di pieni.


L’umorismo, associato all’illustrazione, al taglio senza esitazioni del disegno, è un modo di comunicazione universale. “Ridere – come dice Marjane – è una forma di comprensione globale”. E la stessa funzione ha la caratterizzazione di luoghi e personaggi, che sono iraniani quanto basta. Così, Marjane srotola la sua vita in un continuo rincorrersi di allegria, malinconia, risate e inaspettata dolcezza. Come un cigno inaspettato, intagliato nella mollica di pane, e una manciata di gelsomini nascosta accanto al cuore.

“Se non sono io a occuparmi di politica, è la politica che si occupa di me”, continua. Nasce così il racconto della rivoluzione islamica in Iran attraverso gli occhi della piccola Marjane, che legge le teorie marxiste del materialismo dialettico a fumetti e sogna di fare il profeta. “Persepolis” è la storia della sua famiglia, dei suoi genitori, ribelli per natura e mai rassegnati alla natura di sudditi, della nonna, simbolo del femminismo integro e degno, dello zio, intellettuale e martire della rivolta.

Per sfuggire all’oscurantismo islamico e per continuare gli studi, Marjane vola a Vienna dove si scontra con la cultura europea, con le creste punk, con i ragazzi autorizzati a fare sesso prima del matrimonio, con il vecchio continente ben poco internazionale e eccitato all’idea di avere nella comitiva chi ha visto i morti per le strade. Stanca dell’aura di esotismo che continua a circondarla, la giovane Marjane si mimetizza tra i giovani annoiati della capitale e alla fine si spaccia perfino per francese.

Quattro anni dopo, Marjane lascia l’Europa, con il cuore spezzato e un’identità vacillante.

Il ritorno a casa riporta Marjane tra le braccia della sua famiglia, i bei capelli neri nascosti sotto un velo e l’attitudine ribelle piegata al buon costume iraniano, che la costringe ad accettare un matrimonio che rivelerà presto tutta la sua assurdità. E finalmente un altro viaggio, da vera iraniana anche senza i capelli coperti dal foulard, quello definitivo verso la Francia. Dopo aver respirato per l’ultima volta l’aria salata del mar Caspio e detto addio alle montagne di Teheran.

Perché “la libertà ha sempre un prezzo”.

Oggi Marjane è indesiderata in Iran. I Guardiani dell’Islam non hanno gradito la sua lingua tagliente e la sua ironia senza remore e timori. E le hanno chiuso le porte della sua patria.

Questo il trailer ufficiale del film.

Willis il gatto e i gelsomini di Tunisi

È la sera del 13 gennaio. A Tunisi il sole è già calato e un popolo sull’orlo di una rivolta aspetta in silenzio. Il presidente Ben Ali appare in tv e, facendo appello alla buona fede dei tunisini, nasconde un tremolio nella voce e si gioca l’ultima carta dei suoi 23 anni di regime. Mentre il mondo intero lo sta a guardare.

E finalmente dice “je vous ai compris”. Lui dice di averli capiti, i tunisini. E, dopo l’ennesima giornata di violenza, assicura che i poliziotti non apriranno più il fuoco sui manifestanti, che il prezzo di pane e zucchero calerà, che verrà istituita una commissione d’inchiesta sulla corruzione. E dichiara la fine della censura sulla stampa e su internet.

È l’alba della rivolta. Place de la Kasba esulta. I tunisini acclamano. E mentre debutta quella che la stampa ha battezzato come rivoluzione del gelsomino, un gatto irriverente prende in parola “Zaba” (così i tunisini chiamano il presidente) e fa capolino sul web.

È Willis. Che approda su Facebook mentre Ben Ali termina il suo discorso al popolo tunisino. E, dalla vigilia della rivoluzione, ogni giorno racconta, senza peli sulla lingua, la rivolta, gli omicidi, gli errori della stampa internazionale, i lapsus dei telegiornali francesi, le verità che le telecamere ignorano e tutti quei piccoli e grandi cambiamenti che giungono agli occhi del mondo con qualche giorno di ritardo.

Gli occhi felini di Willis si posano impertinenti sui dettagli della vita quotidiana di una Tunisia ritrovatasi sotto i riflettori dell’intero pianeta. Dalle menzogne del governo alle sommosse per strada fino all’emancipazione delle donne che, con la scusa di andare a manifestare, ne approfittano per dare un’occhiata ai saldi.

Di vignetta in vignetta, il fenomeno di Willis from Tunis sfiora i 5000 fan su Facebook. La rivolta vista attraverso gli occhi di un gatto indigna, diverte e informa.

Celata nell’anonimato, dietro le battute caustiche di Willis, c’è Nadia Khiari, tunisina di 38 anni, tornata nel suo paese dopo aver studiato e vissuto in Francia, pittrice e insegnante all’Accademia di Belle Arti di Tunisi, una vita vissuta con la matita in mano. All’alba della rivoluzione, Nadia decide finalmente di tirare fuori dal cassetto i suoi taccuini e di raccontare quello che vede fuori dalla sua finestra. E “appeler un chat, un chat”.

Gli amici di Willis sono sempre di più ed è il sostegno dei fan che alla fine incoraggia Nadia ad uscire allo scoperto e a pubblicare le strampalate cronache del suo gatto.

Così a febbraio, arriva nelle librerie, “Willis from Tunis – Chroniques de la Révolution”, distribuito in 5000 esemplari. Nella raccolta, 120 disegni del gatto più famoso del mondo arabo che prende in contropiede l’informazione tradizionale e mainstream, raccontando con sarcasmo schietto e mordace la vita dei tunisini. Perché, questo il motto dell’autrice, “l’humour est la politesse du désespoir”.

La rivoluzione del gelsomino è solo il primo passo di una lunga marcia verso il cambiamento e verso una stampa libera e un’informazione senza censura. Ma intanto ci ha mostrato come la lingua dispettosa e schietta d’un gatto che s’affaccia dai bordi neri d’una vignetta possa raccontare la verità meglio della blasonata stampa internazionale.

E ci ha fatto vedere come il fumetto sia capace di essere un vero e proprio testimone della sua epoca. Chat-peau!

In attesa che Willis arrivi in Italia, qui la sua pagina facebook con tutte le sue avventure.