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“Le cinéma et moi, c’est une histoire douloureuse”

Sognatore, audace, a volte maldestro, sfortunato. Come le sue fantasticherie su pellicola, che hanno raggiunto la notorietà troppo tardi, grazie alle intuizioni di Jacques Prévert. Dietro la telecamera e tra le pagine de “Le diable amoureux et autres films jamais tournés par Méliès” (ed. Dargaud) c’è Georges Méliès, nel ruolo di se stesso, poetico regista francese dei primi del Novecento, direttore di sogni, burattinaio di fantasie. Come quella più celebre del suo “Voyage dans la lune”, cortometraggio del 1902, ispirato al romanzo di Jules Verne, dove lo stesso Méliès orchestra la scanzonata spedizione sul satellite, nelle vesti del prof. Barbenfouillis.

Inventore del cinema moderno, Georges Méliès, nato nel 1861, fu il primo a portare la luna ad un passo dai sogni dell’uomo moderno che s’affacciava intimidito nel nuovo secolo. Pioniere degli effetti speciali e innamorato delle magie da scena che aveva imparato al teatro parigino Robert – Houdin, di cui era anche direttore, nel volume fa la guerra ai fratelli Lumière e ai loro noiosi soggetti, fin troppo veri e reali per meritarsi un’inquadratura. “Des gens sortant d’une usine… quel ennui, monsieur Prévert!”, sbotta Méliès seduto ad un caffè insieme al poeta.

(c) Duchazeau - Vehlmann

E Méliès, pur di non piegarsi alla dittatura del nascente realismo, allestì il primo studio della storia del cinema nel suo giardino di Montreuil, restando ai margini dell’industria cinematografica dei primi del Novecento, rinunciando all’apice della notorietà e ritirandosi a vendere giocattoli e ninnoli in un chiosco nella stazione di Montparnasse. Dove lo trova Jacques Prévert che, affascinato dalle caleidoscopiche sceneggiature del regista, lo invita a raccontare la sua “histoire douloureuse”, tra lui e il cinema.

Il regista incalza e cerca di sollevare il morale della sua truppa, la coinvolge nelle più assurde e rocambolesche cacce al surreale. Mentre Gaumont, proprietario di una delle più grandi e storiche catene di cinema francesi, mette fretta e stringe i tempi. Ma se i fratelli Lumière mostrano il reale, Méliès l’illusionista insegue il fantastico e la meraviglia. Che continuamente gli sfugge di mano.

(c) Duchazeau - Vehlmann

Georges Méliès si accontenta di un ruolo da non protagonista. Scivola tra le creature fantastiche dei suoi sogni fatti di pellicola e invenzione. Nella Parigi sognante dei primi anni del Novecento, si aggira come personaggio delle sue stesse rêveries, dove spuntano, da aggraziati cammei, anche Joséphine Baker e il suo gonnellino di banane, scampati alla furia del misterioso assassino che getta eleganti donzelle dalla Tour Eiffel, i famigerati fratelli Lumière, con telecamere portatili al seguito, insensati cultori di un’inutile realtà, il mago Houdini che si getta nella Senna, lasciando a bocca aperta il popolo di cuori annegati che hanno incontrato la morte nel fiume di Parigi.

Protagonista delle storie, sullo sfondo, anche la sua Paris, con il Moulin de la Galette, ancora ben visibile senza la cortina dei tetti di Montmartre, laTour Eiffel che assiste pietosa agli egoismi di diavoli innamorati e a efferati omicidi, il cimitero di Père-Lachaise dove si nasconde l’étoile polaire, il Cirque d’Hiver, la stazione di Montparnasse.

 

(c) Duchazeau - Vehlmann

La sceneggiatura è a cura di Fabien Vehlmann, già noto per la serie “Seuls” e “Green Manor”. A dare forma su carta alle immaginarie fantasie di Méliès è l’illustratore e fumettista Frantz Duchazeau, con un tratto che, a volte, assomiglia ad uno schizzo, come se davvero le sette storie messe una dietro l’altra fossero altrettanti canovacci, semplici bozze, il principio di un’idea che Méliès ha solo tratteggiato nel suo giardino a Montreuil e avrebbe voluto animare.

Dopo le collaborazioni per “La nuit de l’Inca” e il premiato “Les cinq conteurs de Baghdad”, sempre editi dalla francese Dargaud, i due ripropongono un collaudato sodalizio, in onore del primo sognatore del cinema francese.

Tuttavia, vocazione delle storie non è quella di raccontare la vita di Méliès ma quella di rendere omaggio all’arte e al desiderio di meravigliare, di stupire e lasciarsi stupire da quello che possono combinare semplici trucchi da prestigiatore, astuzie da illusionista provetto e onde di cartapesta. Gerorges Méliès resta dietro le quinte. È ritratto quasi con timore. Da lontano, punto di vista privilegiato per osservare tutto quello che si ama di più.

(c) Duchazeau - Vehlmann

Deluso dalla realtà, infiltratasi anche nelle sue pellicole, Méliès in un gesto disperato brucia quasi tutte le sue bobine, dopo dieci anni dietro la telecamera. Ma un’ultima magia, a lungo considerata perduta, è scampata alle fiamme. E viene ritrovata, quasi cent’anni dopo, precisamente nel 1993, a Barcellona. Si tratta della copia a colori di “Voyage dans la lune”, di 13 minuti e 56 secondi, una versione rarissima, dipinta a mano dallo stesso Méliès, inquadratura dopo inquadratura e meticolosamente restaurata. Sono 13.375 i fotogrammi digitalizzati e riportati in vita uno per uno, nei laboratori Technicolor di Los Angeles, nonostante le pessime condizioni della pellicola, che all’epoca veniva realizzata utilizzando il fragilissimo nitrato di cellulosa.

Il film è stato proposto all’ultimo Festival di Cannes, nella sezione Cannes Classics. 109 anni dopo la sua prima apparizione. Nell’anno del centocinquantenario dalla nascita dello stesso regista.

Méliès, dall’alto del suo satellite preferito, sicuramente avrà apprezzato.

(c) Méliès

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Una risposta a ““Le cinéma et moi, c’est une histoire douloureuse”

  1. Il cinema di Méliès si può considerare come “il teatro dell’impossibile” perché sovverte le leggi della fisica, la logica e la quotidianità. Grande importanza in tutto questo ha il gioco. Meliés è un maestro di problem solving.

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