For every instance of beauty_


“No More Games. No More Bombs. No More Walking. No More Fun. No More Swimming. 67. That is 17 years past 50. 17 more than I needed or wanted. Boring. I am always bitchy. No Fun – for anybody. 67. You are getting Greedy. Act your old age. Relax – This won’t hurt.”

Questo è quanto ha scritto Hunter S. Thompson prima di sparire a tutta velocità dalla terra e lasciare a quanti sono rimasti a guardarlo dal basso un’eredità e un mito difficili da gestire e comprendere.

Dopo l’epopea cinematografica e il rosario di pamphlet e scritti, Will Bingley e l’illustratore Anthony Hope-Smith danno vita alla prima graphic novel biografica su Hunter S. Thompson, radicale e inconsapevole apripista di quel gonzo journalism, ramo estremo del New Journalism che ha poi visto tra i suoi cultori anche Truman Capote e Tom Wolfe.

Le prime immagini sembrano confermare la forza scenica del mito. Hunter S. Thompson, il fuorilegge, l’alcolista, il giornalista scapestrato, il maledetto. Un’immagine di successo che ha trovato perfetto compimento nell’interpretazione di Johnny Depp in “Fear and Loathing in Las Vegas” e nell’ultimo “The Rum Diary”.

Le prime recensioni dai lettori d’oltreoceano, tuttavia, stroncano il libro: poca aderenza alla realtà, estrema caratterizzazione del personaggio, un elogio del mito più che della persona. La storia sembra appiattita tra aneddoti, curiosità e un inevitabile abuso di alcool e droga, con il rischio di fare del gonzo journalism una sorta di scrittura automatica che sgorga dal pugno dopo tre birre.

Non è improbabile che gli autori siano stati vittime di un certo timore reverenziale nei confronti di un mito. Così come Thompson, nel suo tentativo di sgretolare l’oggettività giornalistica attraverso un uso altro del linguaggio, era terribilmente a disagio con alcune specifiche parole, “the big ones”, come Felicità, Amore, da evitare o, al limite, manipolare con cautela.

La volontà degli autori era quella di liberarsi dai limiti di uno stereotipo che ha colonizzato la figura di Thompson, ma spesso la storia pare inciampare in facili cliché, rivelandosi una contestualizzazione storica di un mito.

Alan Rinzler, tra i migliori editor e strettissimo collaboratore del gonzo journalist, non manca di ricordare nella prefazione come la forza espressiva della scrittura di Thompson sia stata dimenticata a favore di una mitologia quasi adolescenziale. Il suo intervento è il vero squarcio dello stereotipo e mette a nudo Thomspon, descrivendone i blocchi dello scrittore, il carattere spigoloso e scostante, la difficoltà produttiva. Un eroe del giornalismo analizzato e decostruito anche nei suoi squallori e nelle sue infime bassezze quotidiane.

Tutti conoscono the big Hunter. Ma quanti l’hanno davvero letto? Da “Hell’s Angels”, studio etnografico sulle orde di centauri che attraversavano l’America intrisi di alcool e anarchia, a “Generation of Swine”, racconto ossessivo della degradazione del potere negli anni Ottanta, da “Fear and Loathing: On the Campaign Trail 72″, cronaca caustica della campagna elettorale statunitense del ’72, all’ultimo “Kingdom of Fear”, resoconto delle vicende politiche del secolo scorso, per andare oltre lo stereotipo del Dottor Gonzo, non resta che aprire uno dei suoi libri e perdersi nella sua scrittura altalenante, vertiginosa, visionaria e, tuttavia, inevitabilmente attaccata alla realtà.

Nonostante ciò, il libro contiene numerose citazioni dalle sue opere e può essere un ottimo punto di partenza per addentrarsi nell’universo del gonzo journalist per eccellenza e, perché no, lasciarsene affascinare. Anche grazie al tratto di Hope-Smith, che si discosta per scelta dall’espressionismo di Ralph Steadman, per un disegno realista e più aderente al genere biografico, basato su un meticoloso lavoro di studio a partire da immagini, foto e documentari.

“Some may never live, but the crazy never die.” -H. S. Thompson-

Qui, il booktrailer della graphic novel pubblicata da SelfMadeHero.

Tutto quello che il New Yorker non vi ha detto

Le copertine che avreste decisamente voluto vedere. Raccolte tutte in un libro.

Esce “Blown Covers” (acquistabile su Amazon), raccolta delle copertine del New Yorker che sono state scartate, hanno provocato minacce e polemiche o, semplicemente, nascondono una storia interessante, che vale la pena approfondire, selezionate dall’art director, Françoise Mouly che, non tutti sanno, è anche moglie del fumettista e illustratore Art Spiegelman.

Dal 1993 a capo della direzione artistica del settimanale che in copertina ha voluto solo illustrazioni e disegni, Mouly ha sempre chiesto agli artisti uno sguardo irriverente sui principali temi di attualità, un’interpretazione a colori e matite che sfidasse tabù e posizioni universalmente condivise. Il risultato sono cassetti e scrivanie pieni di intuizioni geniali, illustrazioni che non sempre hanno conquistato la copertina, e che adesso vedono finalmente la luce, ognuna con un aneddoto, tanti retroscena e curiosità.

Tra le opere di questo Salon des Refusés tutto cartaceo, anche notevoli lavori di fumettisti, dallo stesso Spiegelman all’italiano Mattotti, da Adrian Tomine a David Mazzucchelli, da Daniel Clowes a Chris Ware.

Tra la satira e il crudo realismo, “Clinton’s last request”, copertina di Spiegelman sullo scandalo Clinton-Levinsky.

Di Spiegelman, anche questa copertina dedicata a Santa Claus, riciclata poi come biglietto d’auguri.

Tra i rifiutati anche l’italiano Lorenzo Mattotti, residente a Parigi, che ha presentato un’illustrazione sul disastro di Fukushima:

Folgorazioni nate da un cliché, qui l’artista Danny Shanahan, barista e illustratore, rivisita il mito di Marylin:

Copertina controversa, cui seguirono minacce e insulti alla redazione del settimanale, quella di David Mazzuchelli con il suo Beach Bomber.

Vincitrice del Graduation Contest, l’illustrazione del francese Denis Carrier, because “whatever else it is, leaving college is burying one’s youth”:

Tra i partecipanti allo stesso contest, Chee Yang Ong. Qui il disegno si fa gesto essenziale, chiaro, terribilmente vero, carico di allusioni al mondo cristiano, all’elemosina religiosa, alla vita di strada, al cappello, ultimo simbolo del vacuo prestigio accademico.

Ancora un contest, sui libri. Protagonista assoluto l’i-pad. Jin Suk ne fa una luce, per nascondersi dai genitori e leggere un vecchio libro di favole di notte, sotto le lenzuola. La tecnologia spiegata dai bambini.

In piena campagna elettorale, all’indomani delle dichiarazioni di Romney sulle adozioni gay e l’endorsement di Obama sui matrimoni omosessuali, Barry Blitt partecipa all’ultimo contest sull’omosessualità, con un bacio unconventional al centro di Times Square. Françoise Mouly aveva detto ai suoi artisti: “Think of me as your priest”

Altre immagini, sketch e vignette inediti, vecchie illustrazioni del fu Raw Magazine, sempre di proprietà di Mouly e Spiegelman, si trovano qui, al blog ufficiale del progetto Blown Covers.

Somewhere in New York City

Mentre i fumetti si accumulano in ogni angolo della mia stanza di Brooklyn, vado in giro qua e là per Gotham City a caccia di fumetterie. A soli cinque blocks di distanza da casa mia, su Metropolitan Avenue, ne ho scovata una, sotto l’insegna di una vecchia bakery. Si chiama Desert Island e pare sia una tappa obbligata per tutti gli appassionati di comics di New York City.

Ne parlo nel mio primo articolo per Nuok.

Per saperne di più, un click qui.

Comics in Brooklyn

Back from the Brooklyn Comics and Graphics Festival.

Lot of people, lot of comics, lot of nice cartoonists I’ve talked to. Lot of new ideas.

This is what I bought and what I am looking forward to read.

Sarah Glidden is a cartoonist and a graphic novelist from New York City. Her first full-lenght book is “How to understand Israel in 60 days or less” (Vertigo), a brilliant piece of comics journalism. Inspired by Marjane Satrapi’s Persepolis, Joe Sacco‘s works about Palestine and Spiegelman’s Maus, Sarah Glidden puts together an artist’s brush and a reporter’s pen, in a smart autobiographical reportage of a 26-years-old journalist just landed to Israel.

Kate Beaton is a cartoonist from Montréal. Her book “Hark! A Vagrant” looks at history from a very modern perspective and gathers a lot of jokes and sketches about characters from literature and modern history. It is intended to be an “amazing educational tool”, as she puts together comics and reality. After her History degree, she put off writing essays and started drawing comics because, as she said, “there are always better things to be doing than writing an essay that’s due by the end of the week”.

Adrian Tomine is the only cartoonist I’ve never heard anything about. So it will be a real discovery for me. So far, I know he’s been talked about as one of the most masterful cartoonist of his generation and he has been praised by The Believer, my American literary bible. He’s from Sacramento, in California and he began drawing at the age of sixteen. Described as the Raymond Carver of comics, his most known work is the comics series Optic Nerve, a collection of short graphic stories grown from self published and photocopied sheets to collected hardback edition.

Reviews coming soon.

“Così sono diventato diavolo custode”.

“Vivono, quasi.

Un po’ trasparenti, questo sì,

per di più non conoscono più la speranza

che è il più malvagio dei supplizi

non hanno il dolore

non hanno ospedali, funerali, cimiteri, tombe.

Gente fortunata, no?”

“Capita nella vita di fare cose che piacciono senza riserve, cose che vengono su dai visceri, Poema a fumetti è per me una di queste”.

Il romanzo a fumetti di Dino Buzzati è rimasto nascosto e irreperibile per decenni nelle librerie. E offuscato dalla malinconia del suo narrare è rimasto anche il lato fumettista di uno scrittore che troppo spesso viene ricordato solo come l’autore de Il deserto dei Tartari.

Scritto e illustrato dallo stesso Buzzati nel 1968, Poema a fumetti esce per i tipi di Mondadori nel 1969 e viene premiato come “Miglior fumetto dell’anno” da Paese Sera. E pensare che l’autore avrebbe voluto consegnarlo direttamente ai posteri, avendo pregato la moglie Almerina di affidarlo alla casa editrice solo dopo la sua morte. Pioniere del romanzo per immagini, in anticipo sui tempi, Buzzati si rivela specchio della sua epoca, esplicitamente contaminato dalle invenzioni della Pop-Art, che aveva conosciuto durante i suoi due viaggi a New York, dalle suggestioni letterarie degli anni Sessanta, mescolando nei tratti geometrici delle sue architetture e sulle curve delle sue donne tutte le sue passioni, dal surrealismo alla metafisica.

All’epoca in cui passare dal romanzo alla graphic novel non era ancora una scelta alla moda, Buzzati lascia a bocca aperta il salotto intellettuale italiano, tratteggiando un’irriverente versione del mito di Orfeo ed Euridice, ambientato in una Milano onirica e fumosa.

Valentina scattava le sue prime fotografie, i primi numeri di Linus comparivano nei chioschi, qualcuno cominciava a sospettare della sinuosa coppia Diabolik-Eva Kant, ma di certo nessuno avrebbe immaginato che Buzzati avesse nel cassetto una fantasia a fumetti, intrisa di surreale visionarietà, dallo spirito un po’ dark, inquieto, sognante.

(c) Buzzati

Buzzati si rivela immaginifico architetto del surreale, azzarda una libera riscrittura del mito intrecciandola alle più tipiche angosce contemporanee, mettendo in scena un Ade postmoderno: Orfi, annoiato rampollo milanese, idolo canoro delle figlie della Milano bene degli anni Sessanta, scende negli inferi della città, alla ricerca della sua Eura. Qui, le anime dell’inferno di Buzzati rimpiangono la “perduta angoscia” che era la “bellezza, la luce, il sale della vita”, ma sono intrappolate nella “povera pace eterna” di chi è condannato ad un’esistenza grigia e senza fine. “Rimpianto è la malattia del posto”. Ricordare la peggiore condanna. Le stelle hanno luce fissa. Il cielo non palpita più. La notte non cela più misteri.

“Dico: ma qui che cosa vi manca? Quasi niente. Da qualche tempo hanno messo perfino la tv a colori. Però manca il più importante: la libertà di morire.”

(c) Buzzati

“La cara morte”, questo doveva essere il titolo originale del poema a fumetti di Buzzati, che alla fine assume le sembianze di un vero e proprio inno alla vita, quella vera, fatta di tremori e angosce quotidiane, quei dubbi e quelle stesse paure che fanno battere il cuore.

“Oh la perduta angoscia, gli incubi, l’angustia, i dolori sociali perduti. Tutti sani, qui, uguali, appagati. Cara infelicità!”.

(c) Buzzati

“Non è spaventoso tutto questo, la vita il lavoro i soldi il successo l’amore?”

Poche parole questa volta. Per alcune sensazioni quelle giuste ancora non le ho trovate.

“Le cinéma et moi, c’est une histoire douloureuse”

Sognatore, audace, a volte maldestro, sfortunato. Come le sue fantasticherie su pellicola, che hanno raggiunto la notorietà troppo tardi, grazie alle intuizioni di Jacques Prévert. Dietro la telecamera e tra le pagine de “Le diable amoureux et autres films jamais tournés par Méliès” (ed. Dargaud) c’è Georges Méliès, nel ruolo di se stesso, poetico regista francese dei primi del Novecento, direttore di sogni, burattinaio di fantasie. Come quella più celebre del suo “Voyage dans la lune”, cortometraggio del 1902, ispirato al romanzo di Jules Verne, dove lo stesso Méliès orchestra la scanzonata spedizione sul satellite, nelle vesti del prof. Barbenfouillis.

Inventore del cinema moderno, Georges Méliès, nato nel 1861, fu il primo a portare la luna ad un passo dai sogni dell’uomo moderno che s’affacciava intimidito nel nuovo secolo. Pioniere degli effetti speciali e innamorato delle magie da scena che aveva imparato al teatro parigino Robert – Houdin, di cui era anche direttore, nel volume fa la guerra ai fratelli Lumière e ai loro noiosi soggetti, fin troppo veri e reali per meritarsi un’inquadratura. “Des gens sortant d’une usine… quel ennui, monsieur Prévert!”, sbotta Méliès seduto ad un caffè insieme al poeta.

(c) Duchazeau - Vehlmann

E Méliès, pur di non piegarsi alla dittatura del nascente realismo, allestì il primo studio della storia del cinema nel suo giardino di Montreuil, restando ai margini dell’industria cinematografica dei primi del Novecento, rinunciando all’apice della notorietà e ritirandosi a vendere giocattoli e ninnoli in un chiosco nella stazione di Montparnasse. Dove lo trova Jacques Prévert che, affascinato dalle caleidoscopiche sceneggiature del regista, lo invita a raccontare la sua “histoire douloureuse”, tra lui e il cinema.

Il regista incalza e cerca di sollevare il morale della sua truppa, la coinvolge nelle più assurde e rocambolesche cacce al surreale. Mentre Gaumont, proprietario di una delle più grandi e storiche catene di cinema francesi, mette fretta e stringe i tempi. Ma se i fratelli Lumière mostrano il reale, Méliès l’illusionista insegue il fantastico e la meraviglia. Che continuamente gli sfugge di mano.

(c) Duchazeau - Vehlmann

Georges Méliès si accontenta di un ruolo da non protagonista. Scivola tra le creature fantastiche dei suoi sogni fatti di pellicola e invenzione. Nella Parigi sognante dei primi anni del Novecento, si aggira come personaggio delle sue stesse rêveries, dove spuntano, da aggraziati cammei, anche Joséphine Baker e il suo gonnellino di banane, scampati alla furia del misterioso assassino che getta eleganti donzelle dalla Tour Eiffel, i famigerati fratelli Lumière, con telecamere portatili al seguito, insensati cultori di un’inutile realtà, il mago Houdini che si getta nella Senna, lasciando a bocca aperta il popolo di cuori annegati che hanno incontrato la morte nel fiume di Parigi.

Protagonista delle storie, sullo sfondo, anche la sua Paris, con il Moulin de la Galette, ancora ben visibile senza la cortina dei tetti di Montmartre, laTour Eiffel che assiste pietosa agli egoismi di diavoli innamorati e a efferati omicidi, il cimitero di Père-Lachaise dove si nasconde l’étoile polaire, il Cirque d’Hiver, la stazione di Montparnasse.

 

(c) Duchazeau - Vehlmann

La sceneggiatura è a cura di Fabien Vehlmann, già noto per la serie “Seuls” e “Green Manor”. A dare forma su carta alle immaginarie fantasie di Méliès è l’illustratore e fumettista Frantz Duchazeau, con un tratto che, a volte, assomiglia ad uno schizzo, come se davvero le sette storie messe una dietro l’altra fossero altrettanti canovacci, semplici bozze, il principio di un’idea che Méliès ha solo tratteggiato nel suo giardino a Montreuil e avrebbe voluto animare.

Dopo le collaborazioni per “La nuit de l’Inca” e il premiato “Les cinq conteurs de Baghdad”, sempre editi dalla francese Dargaud, i due ripropongono un collaudato sodalizio, in onore del primo sognatore del cinema francese.

Tuttavia, vocazione delle storie non è quella di raccontare la vita di Méliès ma quella di rendere omaggio all’arte e al desiderio di meravigliare, di stupire e lasciarsi stupire da quello che possono combinare semplici trucchi da prestigiatore, astuzie da illusionista provetto e onde di cartapesta. Gerorges Méliès resta dietro le quinte. È ritratto quasi con timore. Da lontano, punto di vista privilegiato per osservare tutto quello che si ama di più.

(c) Duchazeau - Vehlmann

Deluso dalla realtà, infiltratasi anche nelle sue pellicole, Méliès in un gesto disperato brucia quasi tutte le sue bobine, dopo dieci anni dietro la telecamera. Ma un’ultima magia, a lungo considerata perduta, è scampata alle fiamme. E viene ritrovata, quasi cent’anni dopo, precisamente nel 1993, a Barcellona. Si tratta della copia a colori di “Voyage dans la lune”, di 13 minuti e 56 secondi, una versione rarissima, dipinta a mano dallo stesso Méliès, inquadratura dopo inquadratura e meticolosamente restaurata. Sono 13.375 i fotogrammi digitalizzati e riportati in vita uno per uno, nei laboratori Technicolor di Los Angeles, nonostante le pessime condizioni della pellicola, che all’epoca veniva realizzata utilizzando il fragilissimo nitrato di cellulosa.

Il film è stato proposto all’ultimo Festival di Cannes, nella sezione Cannes Classics. 109 anni dopo la sua prima apparizione. Nell’anno del centocinquantenario dalla nascita dello stesso regista.

Méliès, dall’alto del suo satellite preferito, sicuramente avrà apprezzato.

(c) Méliès